La medicina mesopotamica è forse la più antica di cui abbiamo testimonianze tangibili. All'incirca coeve di quelle egizie, le pratiche inerenti questo genere di medicina sono arrivate fino ai giorni nostri grazie alle tavolette cuneiformi provenienti dalla Biblioteca di Assurbanipal e da altri siti archeologici, oltre che al Codice di Hammurabi e a svariati altri testi del periodo medio assiro e a quello medio babilonese.
All'intero di questi arcaici documenti, la malattia viene sempre intesa come causata da una divinità, vale a dire come conseguenza di colpe commesse dal paziente, di sortilegi o della semplice volontà di uno spirito negativo.

Per queste ragioni, i medici della "Terra tra i due Fiumi" si trovavano ad avere un bagaglio esperienziale e culturale fortemente bipartito: da un lato, infatti, tenevano grandemente in conto un importante sistema nosologico di base, grazie al quale riuscivano ad associare i sintomi alle divinità in grado di provocarli, mentre dall'altro dovevano necessariamente fare i conti con un sistema prognostico improntato su un tipo di pratica empirica fortemente legata a terapie magiche più che scientifiche, che molto spesso erano associate anche all'uso di differenti erbe considerate medicinali.

Prima di iniziare questa trattazione, è bene tenere a mente quali fossero le popolazioni mesopotamiche entro il cui predominio si è sviluppata questa prima forma di medicina: Sumeri (V - II millennio a.C. circa), Accadi (2350-2200 a.C. circa), Babilonesi (II millennio a.C. - 539 a.C.), Assiri (1950-612 a.C. circa), Ittiti (XVI-XII secolo a.C. circa), Hurriti (3500-1200 a.C. circa) e Cassiti (XVI secolo a.C. - 1155 a.C. circa).

IL QUADRO STORICO

I primi testi medici mesopotamici si fanno di norma risalire alle prime dinastie sumere di Ur (2563-2387 a.C. circa) e di Lagash (2494-2342 a.C. circa): al loro interno erano frequenti per lo più informazioni relative a preparati di origine vegetale, mentre pare non sia attestata alcuna rappresentazione figurativa o alcuno studio inerente materiale scheletrico. Questo, però, può essere imputato anche al fatto che - rispetto all'importante mole di tavolette cuneiformi ritrovate nel corso del tempo - il numero di documenti mesopotamici di argomento medico si aggiri solo intorno ai 1000, tra i quali 660 provenienti dalla sola Biblioteca di Assurbanipal e conservate al British Museum: la restante parte (circa 420 frammenti) proviene, invece, da siti diversi, tra i quali figura anche la casa privata di un medico pratico di Assur dell’età neo assira (911-612 a.C. circa), mentre altri testi si è stimato risalgano piuttosto al periodo medio assiro (1365-932 a.C) e a quello medio babilonese (1595 - fine dell'XI secolo a.C. circa).
La maggior parte delle tavolette a noi pervenute riporta per lo più prescrizioni, mentre ne esistono altre contenenti anche riferimenti organizzati in veri e propri “trattati”: tra questi, il più esteso è il cosiddetto Trattato accadico di prognosi e diagnosi mediche (risalente all'incirca al XVII secolo a.C. ma circolato a lungo per tutto il territorio mesopotamico), composto di 40 tavolette studiate, tradotte e pubblicate nel 1951 da René Labat. Il trattato in questione - il quale come stile rievoca molto un formulario magico, pur presentando comunque una forte impronta razionalistica - è organizzato secondo un ordine che va dalla testa ai piedi, con alcune sottosezioni dedicate ai disturbi convulsivi, alla ginecologia e alla pediatria.

LA FIGURA DEL MEDICO E IL CONCETTO DI MALATTIA

La figura del medico in Mesopotamia iniziò a delinearsi già nel periodo delle prime dinastie sumere (2500-1500 a.C. circa), durante il quale nacque quella che viene chiamata la corporazione degli asû. Questi - considerati dei veri e propri medici - iniziarono a specializzarsi in terapie positive e furono fin da subito identificati sia come guaritori che come veggenti. Inizialmente poco numerosi e concentrati per lo più nelle capitali, questi medici venivano considerati come i depositari del sapere empirico riguardo i trattamenti e, basando le proprie preparazioni mediche sia su conoscenze tramandate dalla tradizione che sull’esperienza diretta, si stimava avessero quella che oggi potremmo chiamare una "preparazione a tutto tondo".
Ben presto, però, alla figura dell'asû finì per affiancarsi anche quella dell’âshipu, il quale - spesso collaborando col medico o sostituendovisi, e così viceversa - aveva il compito di "diagnosticare" la natura del disturbo attraverso l'uso di pratiche magiche o addirittura esorcistiche: spettava a lui, insomma, capire se l’origine della malattia fosse dovuta a un peccato commesso dal paziente o, piuttosto, all'accanimento da parte di qualche "spirito".

Durante il secolo di Hammurabi (XVIII secolo a.C.) nacque a Nippur - già sede del culto del dio sumerico Enlil, signore dell'Universo - un’importante scuola medica dedicata a Gula, dea della Salute. La medicina mesopotamica a quel punto aveva compiuto passi talmente da gigante per l'epoca che - anche dopo la conquista dell’impero da parte degli Ittiti (1600 a.C. circa) - si scelse di conservare l’antico sapere medico sumerico e accadico attraverso la trascrizione di teorie e pratiche ad esso legate su tavolette di argilla, scritte in caratteri cuneiformi e custodite, per l'appunto, nelle biblioteche.

Durante tutta la loro egemonia in Mesopotamia, poi, i Babilonesi tesero a identificare le malattie con i nomi degli dei, nonostante taluni malanni avessero comunque un proprio specifico nome. Tutto questo era dovuto per lo più al fatto che - secondo le credenze popolari - le sofferenze erano causate, come abbiamo visto, da una colpa o da un peccato commessi dal malato che, per queste ragioni, avrebbe finito per scatenare l'ira di una delle divinità di riferimento. Allo stesso modo, però, i malanni avrebbero anche potuto essere scaturiti da qualche sortilegio o maleficio o, ancora, dalla natura maligna di demoni che al tempo si credeva si aggirassero costantemente in cerca di una preda (l'esempio più noto è certamente quello di Lilith e Lilû, due demoni ninfomani che pare fossero soliti abusare furtivamente di uomini e donne).
In un contesto come quello appena descritto, la funzione principale del medico era dunque quella di stabilire l'origo del malessere, analizzando la storia del paziente come quella della sua famiglia (una sorta di anticipazione di quello che nella Grecia Arcaica verrà poi identificato con il tema dell'ereditarietà della colpa). Una volta appurato ciò, dunque, questo particolare antenato dei nostri dottori avrebbe prescritto la cura (dal sortilegio all'unguento al rito magico) considerata più adeguata al caso posto in essere.

SACRO E PROFANO

Volendo passare da una dimensione più "spirituale" a concetti più prettamente "materiali" (se così si vuol dire), in questo frangente risulta interessante ricordare come nel celeberrimo - e già citato - Codice di Hammurabi (una raccolta di 282 disposizioni - di cui sono andate perdute quelle 66 a 99 - risalente all'incirca al 1792-1750 a.C. e certamente inscrivibile tra le più antiche raccolte di leggi scritte ancora oggi esistenti) sia presente la prima vera discussione legale relativa all’imputabilità dei medici che praticano la chirurgia: al suo interno, infatti, il chirurgo veniva di fatto imputato come responsabile per gli errori e gli insuccessi di una data operazione. Unico "inghippo": dal momento che il Codice riconduceva l’imputabilità al cosiddetto “uso del coltello”, qualunque errore di natura non chirurgica nella cura delle malattie non sarebbe comunque stato penalmente perseguibile.
Come in qualunque altro caso, la Legge di Hammurabi prevedeva che - in caso di trasgressione del codex - vi fosse o da pagare un'ammenda o da subire una punizione corporale, la cui entità era direttamente proporzionale al compenso ricevuto dal medico per il successo delle operazioni. A loro volta, successo e pena dipendevano direttamente dallo status del paziente, così che una persona di alto lignaggio che fosse stata guarita avrebbe dovuto pagare il medico 10 monete d’argento, mentre uno schiavo solo 2 monete. Al contempo, però, in caso di morte di una personalità di alto rango il medico avrebbe potuto essere condannato all’amputazione della mano, mentre se a morire fosse stato un servo il risarcimento sarebbe consistito solo nel pagamento al suo padrone del costo per rimpiazzarlo.

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